Ekaterina Panikanova – Attraversando il mio giardino


Ekaterina Panikanova
Attraversando il mio giardinoCrossing my garden

curated by Marina Dacci

Opening: Thursday, June 20th 2019 | 7 – 9 pm
June 20th > July 31st, 2019


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  • The new project by Ekaterina Panikanova has been determined by the urgency to redesign the boundaries of her artistic exploration: the creation of an immersive – almost organic – environment, though the recourse of new media, which the artist has never explored before. The roots of this new approach are to be traced back to the  years lived in the countryside near Rome, with the artist spending a lot of time in contact with nature.

    The exhibition is a hand-in-hand journey; Ekaterina Panikanova lets us enter into her imagery where feelings, short-lived everyday remembrances, turn into meaningful pages accompanying her to the building of a personal universe.

    The aesthetic of the fragment and the Panic sense triggered by the perception of belonging to something enormously larger span the entire exhibition. The fragment does not subtract, while instead adding meaning and questioning the scale of value in the experiences being made.

    The exhibition opens with a cameo-image: a couple of small balloons floating lazily in the water of a swimming pool become a planetary movement. All depends on our posture, on the way we cast our eyes on things. When moving to the second room, a morning beckons us with the wind rustling through the eucalyptus leaves, the sound and waving of tree tops, all inducing a sort of hypnosis where images and objects of her life are grafted and unfurled on parchment. The work develops along this double level of overlapping: the rhythm  of nature, like a mantra, and the rhythm of the mind rearranging the fragments of one’s own experiences in a visionary weaving. A contemplation opening wide the doors to an entire world.

    In the large installation in the third room, her childhood’s stories are explored with new meanings. The palaces of glasses, made by the artist’s grandfather in the Russian province, resembling brittle skeletons of crystals, the laces, born out of humble women’s hands, are reproduced by the artist in white clay or white porcelain, the books full of stories and scientific theories, either stacked or scattered on the floor, are regenerated by her lively images drawn from natural elements… all these objects and artifacts become trees harbouring nests, or resembling mushrooms and mould stains laying on the large earth carpet of an imaginary garden. Nests, harbingers of life, moulds as the paradigm of decay: all is harmonious in the life cycle because in nature the end of life is the transformation into another life.

    New scenarios and meanings open up also towards the future.

    Dwelling in this garden generates a feeling of wellbeing and prods the artist to reconsider the meaning of what is happening and will happen, similarly to the upward rush in a girl’s play on a swing: a pleasantly  reckless and positive rush towards the unknown.

    The vibrating and intense contact with nature which Ekaterina Panikanova displays with diverse formal keys of interpretation, conveys her disposition towards her reconciling with herself and what surrounds her; to feel alive, because in this garden of hers nature and culture blend together perfectly.

    Everything is, all changes. Life is set as energy in movement, with its unexpected twists which may be embraced and accepted because we are also energy in movement.

    Nature, harsh and wise, is a therapy. Knowing how to listen to it, immersing in it with all our senses, make us feel that we are a part of the whole. Putting the lived experiences and the actions still to be taken in the right place. It would assuage the fear of death, the fruit of a linear interpretation of life. It embraces the possibility of existing in transformation.

    The mind is our intimate garden that must be nurtured.

    Marina Dacci


  • Il nuovo progetto di Ekaterina Panikanova nasce dall’ urgenza di ridisegnare il perimetro della sua esplorazione artistica: la creazione di un ambiente immersivo, quasi organico, che include l’impiego di  nuovi media, mai esplorati in precedenza. Le radici   sono da rintracciare negli anni trascorsi fuori Roma, in campagna, dove l’artista ha speso molto tempo a contatto con la natura.

    La mostra è un viaggio mano nella mano; Ekaterina Panikanova ci lascia penetrare nel suo immaginario in cui emozioni, ricordi fragili del quotidiano, diventano pagine significative che l’accompagnano nella costruzione del suo personale universo.

    L’estetica del frammento e il senso panico di appartenenza a qualcosa di immensamente più grande attraversano l’intera mostra. Il frammento non sottrae, ma aggiunge senso e rimette in discussione la scala di valori nel fare esperienza.

    La mostra si apre con una immagine-cameo: una coppia di piccoli palloni che fluttuano lentamente nell’acqua di una piscina diventano un movimento planetario. Tutto dipende dalla nostra postura, da come poggiamo lo sguardo sulle cose. Transitando nella seconda sala ecco che una mattina, in cui il vento fa stormire le fronde degli eucalipti, il suono e il movimento ondulatorio delle cime inducono una sorta di ipnosi in cui si innestano e si srotolano su una pergamena immagini e oggetti del suo vissuto. L’opera si sviluppa su questo duplice livello di sovrapposizioni: il ritmo della natura, come un mantra, e quello della mente che ricompone i frammenti delle proprie esperienze in una tessitura visionaria. Una contemplazione che spalanca le porte di un mondo intero.

    Nella grande installazione della terza sala le storie dell’infanzia vengono restituite con nuovi significati. I palazzi di bicchieri, realizzati dal nonno dell’artista  nella provincia russa, assomigliano a  fragili scheletri di  cristallo, i merletti, nati da umili mani femminili sono riprodotti dall’artista in  candida creta o in porcellana, i libri pieni di storie e di teorie scientifiche, impilati o depositati al suolo, sono rigenerati dalle sue  immagini fresche, tratte da elementi  naturali… tutti  questi oggetti  e manufatti  diventano  alberi che accolgono nidi o somigliano a  funghi e a macchie di  muffe  distesi  nel grande tappeto di  terra di un giardino immaginario. Nidi portatori di vita, muffe paradigma di decomposizione: tutto è armonico nel ciclo vitale perché in natura la fine della vita è trasformazione in altra vita.

    Nuovi scenari e significati si aprono anche verso il futuro.

    Stare in questo giardino genera un senso di benessere che spinge a riconsiderare il significato di ciò che le accade e le accadrà, come la tensione di un’ascesa nel gioco della bambina sull’altalena: tensione piacevolmente incosciente e positiva verso ciò che non si conosce.

    Il contatto vibratile e intenso con la natura, che Ekaterina Panikanova propone in mostra con chiavi formali differenti, trasmette la sua attitudine a riconciliarsi con quello che la circonda e con sé stessa.; per sentirsi viva, perché in questo suo giardino natura e cultura si fondono perfettamente.

    Tutto è, tutto si trasforma. La vita si profila come energia in movimento, con i suoi scarti inaspettati che possono essere accolti ed accettati perché anche noi siamo energia in movimento.

    La natura, dura e sapiente, è una cura. Saperla ascoltare, immergersi con tutti i sensi, ci fa sentire parte del tutto. Mette al posto giusto le esperienze vissute e le azioni da compiere. Spegne la paura della morte, frutto di una lettura lineare della vita. Accoglie la possibilità di esistere nella trasformazione.

    La mente è il nostro giardino intimo che va coltivato.

    Marina Dacci



 



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