ONE DAY
Milica Tomic
#2012 / MILICA TOMIC / One Day / 2012 / Curated by EUGENIO VIOLA



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  • z2o Sara Zanin Gallery is pleased to present the first solo show in Rome for Milica Tomic, born in former Yugoslavia. Entitled One Day, the artist realizes a project that began in 2009 in Belgrade, then in Copenhagen, and now in Rome. The show consists of a performance in relation to the photographs and video in the gallery space.

    Milica Tomic belongs to a generation of artists that in the 90s, was compelled to identify and recognize itself on a basis of state and nationality. This generation is rooted within a specific geographic and cultural origin that necessarily confronted with political ideologies and with history, exposing itself to a series of questions that are incapable of eliminating from their practice. A condition lived like a part of the artistic vocation, unable to be ignored, almost like a part of the actual destiny.

    Do they elaborate politics and history from an aesthetic point of view? Does the artist need to be political or apolitical? Can the artist have an actual, personal view of history? Milica Tomic answers these questions with a caustic re-reading of the past and its stratifications, its symbols and marks, elaborated across a complexity of references in which the same story and events are correlated and introduced into a mental context that is open, vital, and conflicting, if not deliberately provocative. Leaving the trauma of former Yugoslavia’s disintegration, Tomic investigates in an often autobiographical manner, the political and media violence filtered across the individual and collective experience.

    Symbolic of its modus operandi is the project One Day (2009-12), begun in Belgrade with a public action and without authorization, during which the artist goes for a walk in town flaunting a machine gun under her arm, in an extremely natural way, as if she were carrying a grocery bag or an umbrella, and retraces the places defeated by the supporters of the National Motion of Liberation during WWII against the fascist troops. The artist repeated this unauthorized walk in Copenhagen and finally in Rome, refuting, with the same procedure, in different places and different times, all sharing the memory of the antifascist resistance.

    In One Day, the cinematic virtue of invalidating time and different spaces are all pushed to the extreme by Tomic, according to a strategy that defines “artificial landscape” or “creative geography,” expressions borrowed from the technical homonym of film production invented from Lev Kuleshov in the 1920s. The present tense meets the past and merges into a single, irrepressible presence, created by the violence and ancient abuses of power that are reflected in the rekindling of old and new intolerances, in the new barbarity of the terrorism but also through hypocrisy, in conformity, indifference or in anger. The artist defines the American realpolitik as a condition of “permanent war,” like trotzkyism. “This new type of war introduced a specific mechanism of criminalization and also redefined particular ethnic groups, status, religious groups and political organizations outside of the law – the artist declares – a permanent era of war that leaves an open question: who is the terrorized and who the terrorist?” (M. Tomic).

  • z2o Sara Zanin Gallery è lieta di presentare la prima personale in Italia di Milica Tomic, artista nata nella ex-Jugoslavia, dopo l’Abramovic tra le personalità che dominano il panorama artistico dell’est europeo per la sua arte performativa.

    Con il titolo One Day l’artista prosegue una performance, documentata con foto e video, iniziata nel 2009 a Belgrado, poi a Copenaghen per approdare infine a Roma con un progetto realizzato appositamente per la mostra in galleria.

    Milica Tomic appartiene ad una generazione di artisti che negli anni Novanta è stata costretta ad identificarsi e riconoscersi in base all’appartenenza ad uno stato e ad una nazionalità. Una generazione che partendo da una determinata origine geografica e culturale si è necessariamente confrontata con le ideologie politiche e con la storia, ponendosi una serie di domande divenute ineliminabili per la loro pratica. Una condizione vissuta come una parte imprescindibile della vocazione artistica, quasi una parte del proprio destino.

    Si possono elaborare esteticamente la politica e la storia? L’artista può, deve essere politico o apolitico? Può l’artista avere una propria, personale, visione della storia?

    A queste domande Milica Tomic risponde con una rilettura caustica del passato e delle sue stratificazioni, dei suoi simboli e segni, elaborati attraverso una complessità di riferimenti in cui la storia stessa e gli avvenimenti ad essa correlati sono inseriti in un contesto mentale aperto, vitale, conflittuale se non deliberatamente provocatorio. Partendo dal trauma della disgregazione dell’ex Jugoslavia Tomic indaga, in maniera spesso autobiografica, la violenza politica e mediatica filtrata attraverso l’esperienza individuale e collettiva.

    Emblematico del suo modus operandi è il progetto One Day (2009-12), iniziato a Belgrado con un’azione pubblica e non autorizzata, durante la quale l’artista passeggia in città ostentando una mitragliatrice sotto il braccio, con estrema naturalezza, al pari di un sacchetto del supermercato o di un ombrello, e ripercorre i luoghi battuti dai partigiani del Movimento di Liberazione Nazionale durante la seconda guerra mondiale contro le truppe fasciste. Un’azione non autorizzata che l’artista ripete a Copenaghen e infine a Roma ribattendo, con la stessa procedura, luoghi diversi in tempi diversi, tutti accomunati dal ricordo della resistenza antifascista.

    In One Day la virtù cinematica di elidere tempi e spazi diversi è spinta all’estremo da Tomic, secondo una strategia che definisce “paesaggio artificiale” o “geografia creativa”, espressioni mutuate dall’omonima tecnica di montaggio cinematografico inventata da Lev Kuleshov negli anni Venti. Il tempo presente dell’azione incontra il tempo passato della memoria fondendosi in un unico, incoercibile presente, abitato da violenze e soprusi antichi che riverberano nel rinfocolarsi di vecchie e nuove intolleranze, nella nuova barbarie del terrorismo ma anche nell’ipocrisia, nel conformismo, nell’indifferenza o nella rabbia. Una condizione che l’artista definisce di “guerra permanente”, termine trotzkista tornato in auge negli ultimi anni per definire, ironia della storia, la realpolitik americana. “Questo nuovo tipo di guerra ha introdotto uno specifico meccanismo di criminalizzazione ed ha anche ridefinito particolari gruppi etnici, stati, gruppi religiosi e organizzazioni politiche al di fuori della legge – dichiara l’artista – un’epoca di guerra permanente che lascia una questione aperta: chi è il terrorizzato e chi il terrorista?” (M.Tomic).


 

 


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